Io, lei e il Cammino di Santiago

A(b)Braccio # Gaspare Scimò

Tra i Cammini di Santiago, il Primitivo è tra i più duri. O almeno, così dicono tutti. Marciamo da una settimana, io e Alessandra, e ad ogni passo, oggi, mi sembra che il piede destro sia avvolto dalle fiamme. Alessandra ha male alle spalle per il peso dello zaino, dice che ora va meglio, ma credo che non sia vero. Lo dice per non farmi sentire in colpa, visto che l’ho trascinata io in questa avventura.


Ci troviamo su una strada statale in salita e sotto un sole cocente, e il suo viso contratto sprigiona tutta la sua desolazione. Abbiamo finito l’acqua, siamo stanchi e soli: nessuno ci precede, nessuno ci segue e da troppo tempo non incontriamo le indicazioni del cammino. Cerco di mantenere il passo. Ho paura di crollare da un momento all’altro. Alessandra rallenta, allungando sempre più il distacco fra noi. 
Ad ogni passo mi sembra di perderla, mentre il ticchettio dei nostri bastoni di legno bucano il silenzio che ci circonda.

“Abbiamo sbagliato, non ci sono segnali. Non c’è nessuno” – dice lei. Io non so che dire. “Ma che cazzo di strada è? Troppo incazzata sono! La prossima volta me lo faccio sui Nebrodi il cammino”. Non ci era mai capitato di non incontrare un segnale per tutto questo tempo, temo che ci sia sfuggita qualche indicazione. Più andiamo avanti e più sospetto di aver davvero sbagliato strada. “Ti dico che abbiamo sbagliato” – insiste lei.

Siamo in un bel pasticcio: se abbiamo sbagliato, ogni passo sarebbe uno spreco di energia e di tempo; se la strada è giusta e torniamo indietro, dovremo affrontare questa salita due volte. “Abbiamo sbagliato” – grida Alessandra. “Ormai dobbiamo continuare” – grido io. Sono carico di rabbia, così tanto da non sentire più la fatica. Alessandra mormora qualcosa, la sua voce è sempre più distante, forse si è fermata, ma io ho deciso: non mi volterò a guardarla. “Stiamo sprecando energie. Calmati, statti zitta e cammina”.

Dietro di me il silenzio: il ticchettio dei suoi bastoni ha smesso di picchiettare sull’asfalto. “Cammina” – urlo io senza voltarmi. Forse sto sfogando la mia rabbia, forse la sto incoraggiando. Non lo so. Al posto del ticchettio dei suoi bastoni, sento come un rumore che mi fa pensare al suono sordo di una campana. La guardo per un istante: con tutta la forza che le è rimasta in corpo sta picchiando forte il bastone contro il guardrail. “Ma a cosa serve tutto questo? – urla – a cosa serve?”.

Riprendo a camminare. Non sono in grado di gestire la mia fatica, la sua e una lite. Dopo un centinaio di metri, finalmente, i miei bastoni non sono più gli unici a suonare. Giro la testa per un secondo e la riporto di scatto in avanti. Sta marciando come un soldato e mi ha quasi raggiunto. Tiene la testa bassa. Nonostante ciò, ho visto i suoi occhi rosso fuoco e pieni di lacrime, ma la cosa che più mi addolora, è che tiene la bocca a cucchiaio. Sta piangendo come farebbe un bimbo. Ad ogni passo perde una lacrima: una le cade sulla maglietta, una sui pantaloni e un’altra sull’asfalto. Mi concentro sul rumore dei suoi e dei miei bastoni. Esiste soltanto quello.

Finalmente incontriamo la freccia gialla del cammino: non avevamo sbagliato strada! E qualche metro più avanti, su una piazzetta, accanto a una piccola chiesa, c’è un abbeveratoio coperto da un tetto in legno. Sopra il debole gettito d’acqua, che riempie la vasca di pietra, leggo le parole più belle che abbia mai letto: AGUA POTABLE.

Dopo pochi secondi arriva anche lei e si mette seduta sopra una grossa pietra liscia, all’ombra. L’aiuto a togliersi lo zaino e con una pezza bagnata le tampono il viso, poi riempio una bottiglietta di acqua e aspetto che beva. Invece di scolarsela tutta d’un fiato, Alessandra mi guarda come se mi stesse svelando il segreto della sua vita. “Lo sai? – mi dice – ho pianto”. Io strofino il dorso della mia mano sulla sua guancia, lo faccio più volte prima di risponderle: “Lo so”.

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