La veglia funebre

di Ennio Tinaglia /

Quante volte ci siamo detti che la vita è un immenso palcoscenico e che un po’ tutti recitiamo la nostra parte? E’ come se ci fosse un copione, con attori principali, comparse, una sceneggiatura. Prendiamo, per esempio, le veglie funebri. Mariti, mogli, figli, padri, madri, insomma i congiunti prossimi del defunto sono gli attori principali, perché è intorno a loro che si stringono tutti. Il dolore conferisce loro una sorta di sacralità. Distribuiscono baci, abbracci, strette di mano, ringraziamenti. Anche gli amici più stretti, i colleghi di lavoro, i compagni di calcetto e tutti coloro che hanno condiviso col defunto pezzi più o meno intensi di esistenza, hanno un ruolo di tutto rispetto. Insomma, più intenso è stato il legame col defunto, più si è padroni della scena.

Come in tutte le pieces che si rispettano, c’è posto anche per il cattivo. Sì, quello che (magari a ragione) aveva litigato col defunto. Se ne sta lì, in un angolo, ad espiare non si sa bene quale colpa, si sente in difetto, avverte, o crede di avvertire su di sé, sguardi carichi di disapprovazione. Naturalmente non mancano le comparse. Quelle hanno un ruolo preciso: devono compiacersi dell’aspetto fisico del de cuius. E’ una cosa che serve a sdrammatizzare: “è sereno, “sembra che sorrida”, “ha i lineamenti distesi”, “manco morto pare”. Conoscono il copione. Sanno bene che, ad un certo punto, devono appartarsi in cucina per commentare il campionato di calcio.

Ma spesso, soprattutto in caso di morti inaspettate o tragiche, irrompe una figura. E’ colui che, per ultimo, ha parlato con “il fu” o che, casualmente, gli era fisicamente vicino nel periodo più immediatamente prossimo all’attimo fatale. E’ un ruolo che può interpretare anche il portiere dello stabile o il barista dell’ultimo caffè gustato dal defunto. Diventa un mattatore, un outsider. E’ intorno a lui che si concentra l’attenzione generale, perché racconta nei minimi dettagli di cosa avevano parlato. Sì, insomma, gli scampoli di vita più vicini al trapasso. I parenti, quelli che erano gli iniziali protagonisti, lo ascoltano quasi con venerazione perché è come se gli ultimi istanti di vita del congiunto rivivessero in lui, si perpetuassero in qualche modo.

Poi, si sa, ogni defunto che si rispetti ha incarnato in vita tutte le virtù possibili e immaginabili (anche se era un maledetto figlio di puttana). E lui, il mattatore, diventa “the one man show”. La scena è tutta sua. Diventa capace di rendersi testimone autentico di tutte le virtù del defunto, anche quelle che gli erano del tutto sconosciute. E il compiacimento che inevitabilmente suscita nei parenti affranti dal dolore, lo carica, gli dà corda e lui arricchisce ogni volta il racconto di nuovi particolari, lo implementa: ”Stava benissimo, però nel suo sguardo c’era qualcosa di strano….come un presentimento”….oppure…”quando mi ha salutato ho avvertito un nonsocché”. Insomma, un’intuizione pre-razionale, un guizzo sensitivo dietro l’altro che lo pongono al centro di una devozione collettiva in questo spazio scenico dove i ruoli risultano completamente invertiti e lo stesso plot stravolto.

A pensarci bene è esattamente quello che capita nelle grandi tragedie che le cronache ormai ci consegnano con impressionante frequenza. I testimoni, i sopravvissuti, quelli che per miracolo o per uno scherzo del destino sono riusciti a non allungare l’elenco delle vittime ma che erano lì, proprio lì, fino a qualche attimo prima della tragedia, anche loro finiscono col rubare la scena. E’ tutto maledettamente vero. La vita è davvero un gigantesco palcoscenico. Ogni giorno può essere quello del debutto e, in fondo, a tutti noi può capitare di vivere un momento di autentica celebrità. Ops, dimenticavo: nelle veglie funebri il defunto fa parte del paesaggio.

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