Ferruccio, undici anni dopo. Manoscritto trovato a Pantelleria

A(b)Braccio # Giuseppe Barbera

Il vento cambia spesso direzione. Un po’ è scirocco, un po’ è maestrale. Cambiano la luce, la consistenza dell’aria e i profumi. E cambiano anche i miei pensieri. Ora sono lontani, ora si avvicinano; un po’ leggeri, un po’ melanconici.

Riempiono trent’anni, tanti giorni trascorsi, ogni volta che mi è stato possibile, in quest’isola. E ancora oggi mi fanno compagnia e, se così non fosse, il tempo passerebbe troppo in fretta o troppo lentamente. E, con i ricordi, si allontanerebbe o si avvicinerebbe, tanto da far male.

Con molti amici – cogliendo lo spunto da un libro, da un articolo sul Panteco, da una chiacchiera su una ducchena – ci dicevamo che Pantelleria è stata luogo d’esilio. Già dai tempi romani c’era chi veniva confinato e anche adesso, quando il vento è forte e il mare è mosso, capita di non potersene allontanare. Così succede a me che da undici anni sono a Pantelleria, ma non sono solo e tempo ne ho tanto. Gli amici che vengono nell’isola sanno di trovarmi e, anche se non ci incontriamo, so bene che sono nei loro pensieri e loro nei miei. La casa di Penna ne è sempre piena. Provvedono Lorenzo, Ludovica, Dada ed Emilio a riempirla di risate, di silenzi, di meditazioni, di feste. Hanno imparato dal nonno, prima che da me, che bisogna essere insieme seri e giocosi, allegri ma non futili.

La mattina – senza che nessuno se ne accorga- vado in paese, compro i giornali, i gelati di cui sono ghiotto, e poi torno a casa. Dall’amaca guardo il cielo, le nuvole mai ferme, leggo qualche pagina di un libro e prendo qualche appunto. Idee che mi passano per la testa, raccolte al volo la sera prima parlando con persone che ho incontrato in un fertile vagare dalla Nicchia alla Vela, dalle case ospitali e affettuose di Rekale e Monastero a quelle di Grazia e Serraglia. Alcuni hanno nomi e storie importanti, vengono da lontano e spesso, stonati dal fascino, aspro e dolce, della natura pantesca, si sono fermati e hanno comprato un dammuso. Sognano di coltivare capperi e zibibbo, mentre alimentano, estate dopo estate, vacanza dopo vacanza, un laboratorio di desideri che diventano iniziative che prenderanno forma nei mesi freddi di Milano o Roma, Londra o Parigi. Come quella volta che abbiamo portato in giro per l’Europa le teste marmoree di Cesare, Tito e Antonia a dar lustro a Pantelleria e alla Sicilia. Altri sono miei amici di Palermo o di vecchie vacanze in montagna: perché io di amici ne ho molti e tutti mi sono cari e con tutti l’amicizia diviene premessa per giocare a far cose utili e belle.

Li porto in giro in questo enorme gippone che un tempo era della Polizia e che ho comprato all’asta. Lungo la perimetrale ci fermiamo a cogliere fichi e grappoli di zibibbo, a farci stordire dal sole e dal vento. Li porto a Salto la Vecchia a guardare come è immenso il mare o ci fermiamo ai bivi per piccole esplorazioni, tra muretti e terrazze. Adesso che le stagioni sembrano non passare più, gli occhi rimangono tutto l’anno pieni del colore delle margherite gialle e di mille papaveri rossi. Per il mare ho BarcaAmena. Sono pigro quanto basta, se proprio devo raggiungere uno scoglio per tuffarmi non mi allontano dalla costa di Tre Pietre e mi ero anche scocciato dei gommoni e delle barche degli amici. Ne volevo una mia, piccola e affidabile, capace di barcamenarsi nel mare mosso e di essere amena abbastanza da dare, con i suoi colori e i suoi tempi lenti, il senso di una tranquilla familiarità con il mare.

Torno tardi dal porto di Scauri perché è lì che voglio cogliere i primi segni del tramonto. Le ombre che si allungano, la luce che rosseggia. Ma, al momento in cui il disco del sole si immerge nel mare, voglio essere a casa. Voglio vedere con nettezza la costa africana, da mediterraneo autentico, un po’ di scoglio e un po’ di mare aperto. Siciliano fino al midollo ma con i sensi, tutti, che vagano per il mondo a riempirlo di idee e a coglierle. Da casa posso vedere il raggio verde. In realtà, ancora adesso, non ho ben capito se, qualche volta, appare davvero quando il sole scompare, ma mi piace pensarlo e raccontarlo in modo da aiutare tutti a rendere concreti sogni e speranze.

Di notte, con il mio luminoso maglione viola, salgo sul tetto e sempre di più mi meraviglio di quante stelle ci sono nel cielo di Pantelleria. E finché non smetterò di contarle, da qui non me ne vado.

4 pensieri riguardo “Ferruccio, undici anni dopo. Manoscritto trovato a Pantelleria

  1. Ho letto questi pensieri e ti ho visto e ricordato come eri da compagno di scuola prima e da meraviglioso, anche se lontano, amico dopo. Non dimenticherò mai il tuo sorriso, il tuo affetto, il nostro ultimo incontro. A presto Ferro!!

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  2. Ferruccio aveva una marcia in piu, il suo sorriso e la sua intelligenza erano visibili a tutti, e queste pensieri del suo manoscritto sono la prova di un uomo piu che sensibile.

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