I morti non tornano

A(b)Braccio # Jenner Meletti
(inviato de ‘la Repubblica’)

La telefonata prima dell’alba. Terremoto nel cuore dell’Italia. “Devi coprire la parte verso l’Adriatico”.

Da Bologna via sull’A14. Sento la radio, ovviamente. Un numero mi fa stare male. “Secondo una prima stima, le vittime sarebbero venti”.

Sono all’altezza di Ancona, sono le otto del mattino. E sto male. Perché anche il 6 aprile 2009 ero sull’A14 per andare all’Aquila. E proprio alle 8 del mattino la radio annunciò che “nel sisma le vittime ritrovate sono venti”.

L’altro giorno, giovedì. Il vescovo Giovanni D’Ercole mi dà un appuntamento all’obitorio. Parliamo a lungo, su due seggiole bianche. Entro nella palestra dove già ci sono tredici bare. Altre venti sono nell’obitorio dell’ospedale. La palestra è un pugno nello stomaco. Oltre alle tredici bare, ci sono 55 lenzuola bianche posate a terra, in lunghe file, per accogliere le bare che arriveranno.

Ecco, mi rivedo la caserma della Finanza di Coppito, attaccato all’Aquila. Un hangar immenso, trecento bare. Ecco, anche qui i morti – si fa presto a dire morti e vittime, dovresti dire bambini, spose, mamme, uomini, anziane… – saranno quasi trecento. Allora il terremoto di mercoledì è come quello dell’Aquila, pensi. Dolori uguali, pianti uguali e la stessa disperazione. No, non può essere così.

Mentre si stanno seppellendo i primi morti bisogna giurare che non si farà come all’Aquila. Che non si costruiranno case finte al posto di quelle, vere e bellissime, di quella città preziosa. Che le case di sasso di Pescara del Tronto, di Arquata e dei cento borghi antichi sui monti Sibillini non saranno lasciate morire per costruire new town di cartapesta. I morti non tornano. Lasciamo vivere i luoghi dove volevano vivere felici.

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